Bella per Emathios plus quam ciuilia campos
iusque datum sceleri canimus, populumque potentem
in sua uictrici conuersum uiscera dextra
cognatasque acies, et rupto foedere regni
certatum totis concussi uiribus orbis 5
in commune nefas, infestisque obuia signis
signa, pares aquilas et pila minantia pilis.
quis furor, o ciues, quae tanta licentia ferri?
gentibus inuisis Latium praebere cruorem
cumque superba foret Babylon spolianda tropaeis 10
Ausoniis umbraque erraret Crassus inulta
bella geri placuit nullos habitura triumphos?
heu, quantum terrae potuit pelagique parari
hoc quem ciuiles hauserunt sanguine dextrae,
unde uenit Titan et nox ubi sidera condit 15
quaque dies medius flagrantibus aestuat horis
et qua bruma rigens ac nescia uere remitti
astringit Scythico glacialem frigore pontum!
sub iuga iam Seres, iam barbarus isset Araxes
et gens siqua iacet nascenti conscia Nilo.
Seneca, De Clementia. I, 1-2
L. ANNAEI SENECAE AD NERONEM CAESAREM DE CLEMENTIA
Liber I.
1. Scribere de clementia, Nero Caesar, institui, ut quodam modo speculi vice fungerer et te tibi ostenderem perventurum ad voluptatem maximam omnium. Quamvis enim recte factorum verus fructus sit fecisse nec ullum virtutum pretium dignum illis extra ipsas sit, iuvat inspicere et circumire bonam conscientiam, tum immittere oculos in hanc immensam multitudinem discordem, seditiosam, impotentem, in perniciem alienam suamque pariter exsultaturam, si hoc iugum fregerit, et ita loqui secum: 2. 'Egone ex omnibus mortalibus placui electusque sum, qui in terris deorum vice fungerer? Ego vitae necisque gentibus arbiter; qualem quisque sortem statumque habeat, in mea manu positum est; quid cuique mortalium Fortuna datum velit, meo ore pronuntiat; ex nostro responso laetitiae causas populi urbesque concipiunt; nulla pars usquam nisi volente propitioque me floret; haec tot milia gladiorum, quae pax mea comprimit, ad nutum meum stringentur; quas nationes funditus excidi, quas transportari, quibus libertatem dari, quibus eripi, quos reges mancipia fieri quorumque capiti regium circumdari decus oporteat, quae ruant urbes, quae oriantur, mea iuris dictio est.
Liber I.
1. Scribere de clementia, Nero Caesar, institui, ut quodam modo speculi vice fungerer et te tibi ostenderem perventurum ad voluptatem maximam omnium. Quamvis enim recte factorum verus fructus sit fecisse nec ullum virtutum pretium dignum illis extra ipsas sit, iuvat inspicere et circumire bonam conscientiam, tum immittere oculos in hanc immensam multitudinem discordem, seditiosam, impotentem, in perniciem alienam suamque pariter exsultaturam, si hoc iugum fregerit, et ita loqui secum: 2. 'Egone ex omnibus mortalibus placui electusque sum, qui in terris deorum vice fungerer? Ego vitae necisque gentibus arbiter; qualem quisque sortem statumque habeat, in mea manu positum est; quid cuique mortalium Fortuna datum velit, meo ore pronuntiat; ex nostro responso laetitiae causas populi urbesque concipiunt; nulla pars usquam nisi volente propitioque me floret; haec tot milia gladiorum, quae pax mea comprimit, ad nutum meum stringentur; quas nationes funditus excidi, quas transportari, quibus libertatem dari, quibus eripi, quos reges mancipia fieri quorumque capiti regium circumdari decus oporteat, quae ruant urbes, quae oriantur, mea iuris dictio est.
Le grandi scoperte geografiche
L'età del Rinascimento aveva prodotto dei cambiamenti nella cultura europea, rendendo la visione del mondo antropocentrica, che a loro volta avevano determinato non solo una rinascita delle materie umanistiche, delle scienze matematiche e della tecnica, ma anche un cambiamento fondamentale della mentalità: l'uomo era ormai investito di fiducia, era esaltata la sua creatività, e ciò si traduce in progresso, in apertura degli orizzonti e ampliamento delle conoscenze.
Il Rinascimento
A partire dalla seconda metà del XIV° secolo si assistette, in Europa e in particolar modo in Italia (tra i centri rinascimentali più importanti ricordiamo Firenze, Milano, Ferrara, Mantova, Venezia), a un mutamento del clima politico, sociale e artistico-culturale che verrà indicato come il termine di Rinascimento.
Giovanni Verga da "Novelle rusticane " (1883) La roba
da "Novelle rusticane " (1883)
La roba
Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini, steso là come un pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania, e gli aranci sempre verdi di Francofonte, e i sugheri grigi di Resecone, e i pascoli deserti di Passaneto e di Passanitello, se domandava, per ingannare la noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco dal caldo, nell'ora in cui i campanelli della lettiga suonano tristamente nell'immensa campagna, e i muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il lettighiere canta la sua canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria: - Qui di chi è? - sentiva rispondersi: - Di Mazzarò -.
La roba
Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini, steso là come un pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania, e gli aranci sempre verdi di Francofonte, e i sugheri grigi di Resecone, e i pascoli deserti di Passaneto e di Passanitello, se domandava, per ingannare la noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco dal caldo, nell'ora in cui i campanelli della lettiga suonano tristamente nell'immensa campagna, e i muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il lettighiere canta la sua canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria: - Qui di chi è? - sentiva rispondersi: - Di Mazzarò -.
Fratelli d’Italia.
BANDIERE MUSICALI: BREVE COMMENTO AD ALCUNI INNI NAZIONALI
L’Inno dei due Risorgimenti: Fratelli d’Italia.
L’inno italiano ha una lunga storia. Una storia in due tempi.
La sua musica fu composta nel 1847, in uno dei momenti più infuocati del nostro Risorgimento (infatti si dice che l’inno italiano sia nato fra le barricate), dal musicista Michele Novaro. Goffredo Mameli scrisse le parole, d’incitazione alla riscossa. L’inno possiede più strofe, ma attualmente viene eseguito una volta solo. L’inno è diviso in due parti, la prima è un Allegro Moderato, mentre la seconda è un Mosso e parte da un pianissimo che progressivamente cresce fino a un forte-fortissimo.
Fratelli d’Italia fu scelto ufficialmente come nostro inno nazionale solo un secolo dopo, il 12 ottobre 1946. S’era appena concluso il periodo fascista, che aveva usato come inni ufficiali due musiche: il canto Giovinezza, a rappresentare il governo fascista, e la Marcia Reale, a rappresentare il potere del re. Anche nella doppia scelta dell’inno si rivelavano dunque l’ambiguità e le contraddizioni di quel regime. Gli italiani usciti dalla resistenza sentivano il fascismo come una parentesi. Il ritorno dell’inno di Novaro e Mameli significava volersi riallacciare al Risorgimento e ai suoi ideali più nobili.
La storia dell’Inno d’Italia:
Nel Risorgimento
Nell'autunno del 1847, Goffredo Mameli scrisse il testo de Il Canto degli Italiani. Dopo aver scartato l'idea di adattarlo a musiche già esistenti, il 10 novembre lo inviò al maestro Michele Novaro, che scrisse di getto la musica, cosicché l'inno poté debuttare il 10 dicembre, quando sul piazzale del Santuario di Oregina fu presentato ai cittadini genovesi e a vari patrioti italiani in occasione del centenario della cacciata degli austriaci suonato dalla banda municipale di Sestri Ponente "Casimiro Corradi". Era un momento di grande eccitazione: mancavano pochi mesi al celebre 1848, che era già nell'aria: era stata abolita una legge che vietava assembramenti di più di dieci persone, così ben 30.000 persone ascoltarono l'inno e l'impararono; nel frattempo Nino Bixio sulle montagne organizzava i falò della notte dell'Appennino. Dopo pochi giorni, tutti conoscevano l'inno, che veniva cantato senza sosta in ogni manifestazione (più o meno pacifica). Durante le Cinque giornate di Milano, gli insorti lo intonavano a squarciagola: il canto degli italiani era già diventato un simbolo del Risorgimento. Gli inni patriottici come l'inno di Mameli (sicuramente il più importante) ebbero il merito di propagandare gli ideali del Risorgimento e di incitare la popolazione all'insurrezione, senza di che certamente non sarebbe stato emanato lo Statuto albertino, né il re si sarebbe impegnato in un rischioso progetto di riunificazione nazionale che lo interessava poco, mentre era al centro dei pensieri dei genovesi, che erano sudditi leali (dal Congresso di Vienna)
L’Inno dei due Risorgimenti: Fratelli d’Italia.
L’inno italiano ha una lunga storia. Una storia in due tempi.
La sua musica fu composta nel 1847, in uno dei momenti più infuocati del nostro Risorgimento (infatti si dice che l’inno italiano sia nato fra le barricate), dal musicista Michele Novaro. Goffredo Mameli scrisse le parole, d’incitazione alla riscossa. L’inno possiede più strofe, ma attualmente viene eseguito una volta solo. L’inno è diviso in due parti, la prima è un Allegro Moderato, mentre la seconda è un Mosso e parte da un pianissimo che progressivamente cresce fino a un forte-fortissimo.
Fratelli d’Italia fu scelto ufficialmente come nostro inno nazionale solo un secolo dopo, il 12 ottobre 1946. S’era appena concluso il periodo fascista, che aveva usato come inni ufficiali due musiche: il canto Giovinezza, a rappresentare il governo fascista, e la Marcia Reale, a rappresentare il potere del re. Anche nella doppia scelta dell’inno si rivelavano dunque l’ambiguità e le contraddizioni di quel regime. Gli italiani usciti dalla resistenza sentivano il fascismo come una parentesi. Il ritorno dell’inno di Novaro e Mameli significava volersi riallacciare al Risorgimento e ai suoi ideali più nobili.
La storia dell’Inno d’Italia:
Nel Risorgimento
Nell'autunno del 1847, Goffredo Mameli scrisse il testo de Il Canto degli Italiani. Dopo aver scartato l'idea di adattarlo a musiche già esistenti, il 10 novembre lo inviò al maestro Michele Novaro, che scrisse di getto la musica, cosicché l'inno poté debuttare il 10 dicembre, quando sul piazzale del Santuario di Oregina fu presentato ai cittadini genovesi e a vari patrioti italiani in occasione del centenario della cacciata degli austriaci suonato dalla banda municipale di Sestri Ponente "Casimiro Corradi". Era un momento di grande eccitazione: mancavano pochi mesi al celebre 1848, che era già nell'aria: era stata abolita una legge che vietava assembramenti di più di dieci persone, così ben 30.000 persone ascoltarono l'inno e l'impararono; nel frattempo Nino Bixio sulle montagne organizzava i falò della notte dell'Appennino. Dopo pochi giorni, tutti conoscevano l'inno, che veniva cantato senza sosta in ogni manifestazione (più o meno pacifica). Durante le Cinque giornate di Milano, gli insorti lo intonavano a squarciagola: il canto degli italiani era già diventato un simbolo del Risorgimento. Gli inni patriottici come l'inno di Mameli (sicuramente il più importante) ebbero il merito di propagandare gli ideali del Risorgimento e di incitare la popolazione all'insurrezione, senza di che certamente non sarebbe stato emanato lo Statuto albertino, né il re si sarebbe impegnato in un rischioso progetto di riunificazione nazionale che lo interessava poco, mentre era al centro dei pensieri dei genovesi, che erano sudditi leali (dal Congresso di Vienna)
Umanesimo
L'Umanesimo è un movimento culturale che si afferma in Italia nel 1400, cioè in un periodo storico in cui tutti i tentativi di creare uno Stato unitario (almeno nell'Italia centro-settentrionale) erano falliti; cinque Stati regionali avevano imposto a tutta la penisola una politica di equilibrio e di spartizione delle zone d'influenza (Milano, Venezia, Firenze, Roma e Napoli).
LUCIUS ANNEUS SENECA, DE CLEMENTIA I,1-2
1. Scribere de clementia, Nero Caesar, institui, ut quodam modo speculi vice fungerer et te tibi ostenderem perventurum ad voluptatem maximam omnium. Quamvis enim recte factorum verus fructus sit fecisse nec ullum virtutum pretium dignum illis extra ipsas sit, iuvat inspicere et circumire bonam conscientiam, tum immittere oculos in hanc immensam multitudinem discordem, seditiosam, impotentem, in perniciem alienam suamque pariter exsultaturam, si hoc iugum fregerit, et ita loqui secum: 2. 'Egone ex omnibus mortalibus placui electusque sum, qui in terris deorum vice fungerer? Ego vitae necisque gentibus arbiter; qualem quisque sortem statumque habeat, in mea manu positum est; quid cuique mortalium Fortuna datum velit, meo ore pronuntiat; ex nostro responso laetitiae causas populi urbesque concipiunt; nulla pars usquam nisi volente propitioque me floret; haec tot milia gladiorum, quae pax mea comprimit, ad nutum meum stringentur; quas nationes funditus excidi, quas transportari, quibus libertatem dari, quibus eripi, quos reges mancipia fieri quorumque capiti regium circumdari decus oporteat, quae ruant urbes, quae oriantur, mea iuris dictio est.
L. ANNAEI SENECAE EPISTULARUM MORALIUM AD LUCILIUM LIBER PRIMUS I. SENECA LUCILIO SUO SALUTEM
[1] Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat collige et serva. Persuade tibi hoc sic esse ut scribo: quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt. Turpissima tamen est iactura quae per neglegentiam fit. Et si volueris attendere, magna pars vitae elabitur male agentibus, maxima nihil agentibus, tota vita aliud agentibus. [2] Quem mihi dabis qui aliquod pretium tempori ponat, qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori? In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterit; quidquid aetatis retro est mors tenet. Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas complectere; sic fiet ut minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris. [3] Dum differtur vita transcurrit. Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ac lubricae possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque vult. Et tanta stultitia mortalium est ut quae minima et vilissima sunt, certe reparabilia, imputari sibi cum impetravere patiantur, nemo se iudicet quicquam debere qui tempus accepit, cum interim hoc unum est quod ne gratus quidem potest reddere.
[4] Interrogabis fortasse quid ego faciam qui tibi ista praecipio. Fatebor ingenue: quod apud luxuriosum sed diligentem evenit, ratio mihi constat impensae. Non possum dicere nihil perdere, sed quid perdam et quare et quemadmodum dicam; causas paupertatis meae reddam. Sed evenit mihi quod plerisque non suo vitio ad inopiam redactis: omnes ignoscunt, nemo succurrit. [5] Quid ergo est? non puto pauperem cui quantulumcumque superest sat est; tu tamen malo serves tua, et bono tempore incipies. Nam ut visum est maioribus nostris, 'sera parsimonia in fundo est'; non enim tantum minimum in imo sed pessimum remanet. Vale.
Giosue Carducci - Rime nuove, LXXVII, Il Comune rustico

O che tra faggi e abeti erma su i campi
Smeraldini la fredda orma si stampi
Al sole del mattin puro e leggero,
O che foscheggi immobile nel giorno
Morente su le sparse ville intorno
A la chiesa che prega o al cimitero
Che tace, o noci de la Carnia, addio!
Erra tra i vostri rami il pensier mio
Sognando l'ombre d'un tempo che fu.
Non paure di morti ed in congreghe
Diavoli goffi con bizzarre streghe,
Ma del comun la rustica virtù
Accampata a l'opaca ampia frescura
Veggo ne la stagion de la pastura
Dopo la messa il giorno de la festa.
Il consol dice, e poste ha pria le mani
Sopra i santi segnacoli cristiani:
– Ecco, io parto fra voi quella foresta
D'abeti e pini ove al confin nereggia.
E voi trarrete la mugghiante greggia
E la belante a quelle cime là.
E voi, se l'unno o se lo slavo invade,
Eccovi, o figli, l'aste, ecco le spade,
Morrete per la nostra libertà. –
Un fremito d'orgoglio empieva i petti,
Ergea le bionde teste; e de gli eletti
In su le fronti il sol grande feriva.
Ma le donne piangenti sotto i veli
Invocavan la Madre alma de' cieli.
Con la man tesa il console seguiva:
– Questo, al nome di Cristo e di Maria,
Ordino e voglio che nel popol sia. –
A man levata il popol dicea, Sì.
E le rosse giovenche di su 'l prato
Vedean passare il piccolo senato,
Brillando su gli abeti il mezzodì.
Smeraldini la fredda orma si stampi
Al sole del mattin puro e leggero,
O che foscheggi immobile nel giorno
Morente su le sparse ville intorno
A la chiesa che prega o al cimitero
Che tace, o noci de la Carnia, addio!
Erra tra i vostri rami il pensier mio
Sognando l'ombre d'un tempo che fu.
Non paure di morti ed in congreghe
Diavoli goffi con bizzarre streghe,
Ma del comun la rustica virtù
Accampata a l'opaca ampia frescura
Veggo ne la stagion de la pastura
Dopo la messa il giorno de la festa.
Il consol dice, e poste ha pria le mani
Sopra i santi segnacoli cristiani:
– Ecco, io parto fra voi quella foresta
D'abeti e pini ove al confin nereggia.
E voi trarrete la mugghiante greggia
E la belante a quelle cime là.
E voi, se l'unno o se lo slavo invade,
Eccovi, o figli, l'aste, ecco le spade,
Morrete per la nostra libertà. –
Un fremito d'orgoglio empieva i petti,
Ergea le bionde teste; e de gli eletti
In su le fronti il sol grande feriva.
Ma le donne piangenti sotto i veli
Invocavan la Madre alma de' cieli.
Con la man tesa il console seguiva:
– Questo, al nome di Cristo e di Maria,
Ordino e voglio che nel popol sia. –
A man levata il popol dicea, Sì.
E le rosse giovenche di su 'l prato
Vedean passare il piccolo senato,
Brillando su gli abeti il mezzodì.
I premi Nobel per la letteratura

2009 Herta Muller (Romania)
2008 Jean-Marie Gustave Le Clézio (Francia)
2007 Doris Lessing (Gran Bretagna)
2006 Pamuk Orhan (Turchia)2005 Harold Pinter (Gran Bretagna)
2004 Elfriede Jelinek (Austria)
2003 John Maxwell Coetzee (Sud Africa)
2002 Imre Kertész (Ungheria)
2001 Vidiadhar S. Naipaul (Gran Bretagna)
2000 Gao Xingjiang (Cina)
1999 Günther Grass (Germania)1998 José Saramago (Portogallo)
1997 Dario Fo (Italia)
1996 Wislawa Szymborska (Polonia)
1995 Seamus Heaney (Irlanda)
1994 Kenzaburo Oe (Giappone)
1993 Toni Morrison (USA)
1992 Derek Walcott (Santa Lucia)
1991 Nadine Gordimer (Sud Africa)
1990 Octavio Paz (Messico)
1989 Camilo José Cela (Spagna)1988 Nagîb Mahfuz (Egitto)
1987 Josif Brodskij (URSS)
1986 Wole Soyinka (Nigeria)
1985 Claude Simon (Francia)
1984 Jaroslav Seifert (Cecoslovacchia)
1983 William Golding (Gran Bretagna)
1982 Gabriel García Márquez (Colombia)
1981 Elias Canetti (Austria)
1980 Czeslaw Milosz (Polonia)
1979 Odysseus Elytis (Grecia)1978 Isaac Bashevis Singer (USA)
1977 Vicente Aleixandre (Spagna)
1976 Saul Bellow (USA)
1975 Eugenio Montale (Italia)
1974 Eyvind Johnson e Harry Martinson (Svezia)
1973 Patrick White (Australia)
1972 Heinrich Böll (RFG)
1971 Pablo Neruda (Cile)
1970 Aleksandr I. Solzenicyn (Russia)
1969 Samuel Beckett (Irlanda)1968 Yasunari Kawabata (Giappone)
1967 Miguel Angel Asturias (Guatemala)
1966 Shemuel Yoseph Agnon (Israele); Nelly Sachs (Germania)
1965 Michail A. Sholochov (Russia)
1964 Jean-Paul Sartre (Francia, premio rifiutato)
1963 Ghiorgos Seféris (Grecia)
1962 John E. Steinbeck (USA)
1961 Ivo Andric (Jugoslavia)
1960 Saint-John Perse (Francia)
1959 Salvatore Quasimodo (Italia)1958 Boris L. Pasternak (Russia, premio rifiutato)
1957 Albert Camus (Francia)
1956 Juan Ramón Jiménez (Spagna)
1955 Halldór K. Laxness (Islanda)
1954 Ernest Hemingway (USA)
1953 Winston Churchill (Gran Bretagna)
1952 François Mauriac (Francia)
1951 Pär F. Lagerkvist (Svezia)
1950 Bertrand Russel (Gran Bretagna)
1949 William Faulkner (USA)1948 Thomas S. Eliot (Gran Bretagna)
1947 André Gide (Francia)
1946 Hermann Hesse (Svizzera)
1945 Gabriela Mistral (Cile)
1944 Johannes V. Jensen (Danimarca)
1939 Frans Eemil Sillanpää (Finlandia)
1938 Pearl S. Buck (USA)1937 Roger Martin du Gard (Francia)
1936 Eugene O'Neill (USA)
1934 Luigi Pirandello (Italia)
1933 Ivan A. Bunin (apolide)
1932 John Galsworthy (Gran Bretagna)
1931 Erik Axel Karlfeldt (Svezia)
1930 Sinclair Lewis (USA)
1929 Thomas Mann (Germania)1928 Sigrid Undset (Norvegia)
1927 Henri Bergson (Francia)
1926 Grazia Deledda (Italia)
1925 George Bernard Shaw (Gran Bretagna)
1924 Wladyslaw S. Reymont (Polonia)
1923 William ButlerYeats (Irlanda)
1922 Jacinto Benavente y Martinez (Spagna)
1921 Anatole France (Francia)
1920 Knut Hamsun (Norvegia)
1919 Carl Spitteler (Svizzera)1917 Karl A. Gjellerup e Henrik Pontoppidan (Danimarca)
1916 C. G. Verner von Heidenstam (Svezia)
1915 Romain Rolland (Francia)
1913 Rabindranath Tagore (India)
1912 Gerhart Hauptmann (Germania)
1911 Maurice Maeterlinck (Belgio)
1910 Paul J. L. Heyse (Germania)
1909 Selma Lagerlöf (Svezia)1908 Rudolf Ch. Eucken (Germania)
1907 Rudyard Kipling (Gran Bretagna)
1906 Giosuè Carducci (Italia)
1905 Henryk Sienkiewicz (Polonia)
1904 Frédéric Mistral (Francia); José Echegaray y Eizaguirre (Spagna)
1903 Bjørnstjerne Bjørnson (Norvegia)
1902 Theodor Mommsen (Germania)
1901 R.-F.-A. Sully-Proudhomme (Francia)
XLI. SENECA LUCILIO SUO SALUTEM

So-called Senaca Location: National Archeological Museum of Naples, Italy
[1] Facis rem optimam et tibi salutarem si, ut scribis, perseveras ire ad bonam mentem, quam stultum est optare cum possis a te impetrare. Non sunt ad caelum elevandae manus nec exorandus aedituus ut nos ad aurem simulacri, quasi magis exaudiri possimus, admittat: prope est a te deus, tecum est, intus est. [2] Ita dico, Lucili: sacer intra nos spiritus sedet, malorum bonorumque nostrorum observator et custos; hic prout a nobis tractatus est, ita nos ipse tractat. Bonus vero vir sine deo nemo est: an potest aliquis supra fortunam nisi ab illo adiutus exsurgere? Ille dat consilia magnifica et erecta. In unoquoque virorum bonorum [quis deus incertum est] habitat deus
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